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Aldo Gerbino












ALDO GERBINO _ per nubi, per spigoli
Palermo, marzo 2010


Ciò che Rosario Assunto sottolinea, nel momento in cui esplicita l’intensità di quel consolidato rapporto tra “arte
e paesaggio” e “arte del paesaggio”, è la possibilità d’una estensione delle variabili operanti nel contesto del “paesaggio urbano”. E riflettendo, con l’impeccabilità dei suoi modi estetici e critici, anche su quanto è stato teorizzato da Schwind (colui il quale aveva definito le linee del “paesaggio culturale”), investe, non tanto il solido concetto primario che lega l’idea del ‘giardino’ fino al ‘Voluptuarium Nemus’ (cioè il ‘bosco del piacere’), quanto la possibilità di interferire, animati da una medesima empatia estetica, sul luogo (e, quindi, sulla vita stessa dell’uomo), invertendo o sostituendo fattori, o, più artificiosamente inserendo manufatti e prodotti creativi. «E non dimentichiamo», – afferma, mentre discute la sinergia linguistica tra giardino e prodotto culturale, – che «l’interesse della estetica teorica ci ha aiutati in una ricognizione di quella che nel paesaggio è opera dell’uomo: il quale, nel corso della sua storia, interviene sulla natura, la modifica per soddisfare i propri bisogni; e nel modificarla per interesse ne trasforma l’aspetto». Ma quale tensione può essere registrata attraverso le foto di Tiziano Pablo Andrea Salamone? Scatti dedicati a quella istoria, per certi aspetti compulsiva, che ha operato interventi e soluzioni verso un agognato giardino ideale, utopistico, sostituendo con i ‘fiori’ della produzione artistica (nuovi e spesso improbabili oggetti dell’arte posti a gemmare, a fluttuare, non compresi o tollerati da quanti vivono, in una quotidianità socialmente rarefatta, il territorio) lungo gli orizzonti della Nuova Gibellina sorta a distanza dal vecchio centro trecentesco devastato dal sisma del 1968. Opere: dalla “Torre civica” di Alessandro Mendini, o dalla “Città di Tebe” di Consagra, fino alle unità residenziali di Mathias Ungers, conflagranti nella “Chiesa Madre” di Ludovico Quaroni per approdare (e annullarsi, entropicamente) nello scenario metafisico del “cretto” di Burri. Il giovane linguaggio fotografico di Salamone s’impone per l’assunzione totale dell’empito euclideo, ne costituisce il nocciolo, la griglia d’espansione, l’endoscheletro, ai confini di una traccia urbana rinnovata, anzi rigenerata, che si alimenta attraverso il sogno delle linee, sfociate nella salda incompiutezza di un esito che avrebbe dovuto costituire l’umore fortificante. Forse, in questo fallimento, fascino e tensione creativa tendono a permanere, ad annidarsi, ad abitare tale ‘dissipatio’, sostenuta dalle opere qui offerte come una catenaria di corpi estranei, ma tuttavia resisi necessari sul piano della nuova identità. Salamone impregna d’una luce corposa e straziata confezioni d’arte e architetture; si costruiscono reti in cui sono soltanto le nubi ad essere imprigionate, ora tra gli spigoli delle scale, ora per angoli silenziosi, immerse in certi straziati crepuscoli, nell’assenza della percezione umana. Colonnati, esili e taglienti pali d’illuminazione, cupole e cementi tagliano i poli opposti delle ombre; l’affioramento dei corpi dell’arte si aprono esclusivamente al vento, all’erosione, al suono, in un paesaggio che vive il suo tessuto (il suo innesto) di lacerazioni e ricuciture. Così è la pietra a cantare un travaglio ben conosciuto al Sud; e nel travaglio possono avere posto luci, ondivaghe voci, qualche stridio d’uccello.



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